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SCRITTO DA Noventana Viaggi Noventana Viaggi 25 agosto 2018

Oggi il Vietnam è in pace, 43 anni dopo la fine della guerra.

Oggi ad entrare a Saigon non sono più eserciti di soldati, ma di motorini: in due, in tre, con il cane, da soli; e gli elmetti ora servono a proteggersi dalla guida senza regole, davvero folle, nel tetris delle principali arterie metropolitane all’ora di punta. A Saigon, oggi, ti sparano contro solo la musica; e chi capita in Bui Vien Street (che da turisti anche volendo non potete evitare), così come per le strade vicino al Ben Thanh Market, sarà stordito, al massimo, da granate di odori del cibo: il cui profumo a tratti speziato e piccante o agrodolce (nel sud del Vietnam, ad ogni modo, la cucina è molto più dolce, rispetto al centro più speziata e al nord salata - così ha detto Dai, una delle nostre guide), che si mescola con l’aria pesante degli scarichi della strada e umida sia per il clima, sia per il vapore che dalle pentole esce e sale fuori dalle finestre delle cucine o dai cassoni dei carretti di qualche venditore ambulante con le seppie secche appese a penzolare sotto una luce bianca artificiale (qualcuno dovrà pure mangiarle, penso), con un fornelletto da campo incastonato alla meglio sulla bici che pedalano in giro; a Saigon, oggi, mentre cammini puoi essere colpito a raffica da milioni di led dei cartelloni pubblicitari di Uncle Ho’s Park al cui centro, davanti al municipio, si trova una gigantesca statua dell’eroe nazionale, l’eroe della riunificazione - Ho Chi Minh, e dietro il “City Hall” che ha tutto l’aspetto dell’entrata di un parco divertimenti notturno: non mancano nemmeno lo zucchero filato, che ti offrono lungo la camminata, e gli uomini vestiti da pupazzi giganti pronti a darti il cinque mentre cammini con il naso all’insù.

Qualche giorno fa, ero disteso sul mio posto in “FUTA bus”, tipici autobus vietnamiti in cui si viaggia distesi, diretto verso Can Tho, pensavo.

Un articolo del Guardian di qualche anno fa titolava così: “How communist victory (della guerra in Vietnam) gave way to capitalist corruption”. “La gente con i contatti giusti diventa sempre più ricca, non noi”, diceva una donna di un caffè, rispondendo alle domande de giornalista. “La corruzione, aggiungeva Khe - editore del Thanh Nien, toglie ai vietnamiti dal 50 al 70% degli investimenti stranieri”.

A Ho Chi Minh City - a Saigon, potete trovare in Dong Khoi Street le borse di Bottega Veneta da migliaia di dollari e l’identica copia al Ben Thanh Market (poche centinaia di metri distante) a poche decine di dollari, assieme a molti altri prodotti contraffatti. Trovate i McDonalds, Burger King, KFC accanto al Museo della Guerra di Ho Chi Minh, a pochi passi dalla Notre-Dame di Saigon.

Alla Notre-Dame (che è una replica, un’idea di replica di quella francese), mentre guardavo la facciata colpito dalla moltitudine di mattoncini che la compongono, un anziano vietnamita mi si avvicina e con gentile insistenza mi ripete “Dap!”, gli rispondo che non capisco sorridendogli e lui ride e dice “Dap! Dap!” continuiamo così, sorridendoci e dicendo “dap-noncapisco” fino a quando un giovane vietnamita mi dice “he said “it’s nice”, isn’t it?” sorridendo pure lui.

Notre-Dame di Saigon è in ristrutturazione in questo periodo, ma sì, certo: “dap!!!”, rispondo (felice anche di aver imparato una nuova parola). E anche “nice”.

Ho Chi Minh (che ha appunto adesso questo nome, ereditato dal suo eroe liberatore - anche se Ho Chi Minh non vide mai la fine della guerra, morendo qualche anno prima) deve essere tornata ad essere un po’ Saigon negli anni, il comunismo si è ammorbidito sotto i colpi del capitalismo; per quanto le statue di Ho Chi Minh e i cartelloni pubblicitari tentino di nasconderlo, probabilmente ora sono due lati della stessa moneta, all’interno del WTO e del mondo globalizzato.

E mentre cresce e si espande la cittadella del business di Saigon, coi suoi alti grattaceli e gli sky deck mozzafiato (fate un giro sulla Bitexco Tower), mentre si alza ancora di più la skyline di Saigon, Ho Chi Minh City cade a pezzi. I palazzi abitati dalla popolazione, le case che pure lasciano intravedere qualche interessante tipicità storica (un intagliato franco-vietnamita dai colori pastello) si sgretolano. Direte: non è questo il problema di un paese in ripresa, in via di sviluppo. No, ma la cosa interessante è che mentre una casa perde letteralmente pezzi o ne crolla una parte, a fianco si trovano i soldi per una discoteca o per un nuovo grattacielo. E quando uno scooterino con una tizia piccolina con bandana, occhialini da deserto e casco fluo mi suona due volte e mi sfreccia accanto sul marciapiede, mi sento come se avessi fatto un passo dentro un ristorante fusion con titolari Baudelaire e Asimov.

Tra il 2004 e il 2010 il 5% della popolazione del Vietnam deteneva 1/4 della ricchezza totale. Nel 2017 era al 107esimo posto di 180 per corruzione.

La maggior parte della popolazione vive con 1900$/anno.

Il Vietnam è un paese in profonda ristrutturazione e secondo alcune recenti analisi potrebbe essere l’economia con la crescita maggiore al mondo (GDP growth-rate 5.1%), il 9.8% di povertà (partendo dal 58% del 1993), con il 76.2% della popolazione occupata. Leggendo questi dati e confrontandoli con la mia esperienza, noto una discrepanza incredibile, ma sarò sicuramente influenzato dalla mia visione di occidentale. Secondo gli stessi studi vietnamiti (SSI Research in Hanoi) i capitali stranieri valgono larga parte del GDP vietnamita.

È un paese, o almeno lo è il Sud del Vietnam (permettetemi la sineddoche dato il breve soggiorno vietnamita devo assumere sia così), che tenta di chiudere le ferite di una lunga guerra che ha visto atrocità, che devono essere raccontate proprio per la loro barbara natura umana, (che potete, vorrei dire dovete - se passate di qua, vedere al primo piano del War Remnants Museum) e milioni di morti.

Quello che mi chiedo è: a cosa è servito se accanto alla statua di Ho Chi Minh, oggi, trovo un cartellone dell’Auchan? In cosa si sono trasformati gli ideali comunisti? Sono davvero diventati tutti “red capitalist”?

Usciti da Saigon, dopo aver visto i cunicoli di Cu Chi di cui ti esporrebbero volentieri con fierezza, oltre alle trappole per americani, ogni cm quadrato dei 250 km di cunicoli che han consentito ai Vietcong di resistere per anni ai bombardamenti (e che probabilmente seguirei volentieri cm dopo cm), addentrandosi di più nel Delta del Mekong, a destra e sinistra le risaie a singhiozzo, spezzate da piccoli agglomerati di baracche e case, più spesso in fila lungo la via principale. Le case, alte e strette, sono rare e ogni tanto ci si può scorgere qualche villetta (effettivamente, la maggior parte della popolazione povera di concentra nelle aeree rurali).

Superiamo un ponte e quindi il secondo ponte sui due più grandi effluenti del Mekong - il Tien Giang e l’Hau Giang, sino a Can Tho, tappa in cui ero deciso ad essere spettatore del mercanteggiare all’alba del floating marked di Cai Rang, ma sono stato bloccato dai monsoni che, giusto all’ora dell’appuntamento con il nostro barcaiolo, hanno spazzato via la curiosità della sveglia alle 4.00 am, rovesciando sulla terra già umida altra acqua. Non mi restava quindi che guardare dalla finestra l’alba, il placarsi della tempesta e il prendere forma delle attività di questa città. Mano a mano che la fitta pioggia si diradava, iniziavano a uscire sul grande canale le barche e le barchette, il silenzioso urlo del vento lasciava rapidamente spazio ad un fitto battere di pistoni increspava l’acqua e io rumore dei motori delle imbarcazioni riecheggiava in lontananza come se fuori ci fosse stato il 7° Cavalleggeri a roteare le pale dei suoi elicotteri.

A giudicare dal numero di barche turistiche dirette al floating market, tutto sommato, mi dicevo, non mi devo essere perso qualcosa di tipico, ma solo l’ennesima attrazione per occidentali (voglio convincermene).

Quella mattina ogni volta che deciso mi avvicinavo alle porte scorrevoli dell’hotel, ricominciava a piovere. Il Vietnam, ad agosto, è anche pioggia. La pioggia intensa però non dura molto, dicono sia più frequente lungo le coste e durante il pomeriggio, ma come avete letto quel giorno si è abbattuta più volte la mattina. Procuratevi un bell’impermeabile: per voi e per la vostra macchina fotografica.

Finalmente, siglata una tregua con la pioggia, riesco ad uscire sulla strada del mercato - Hai Ba Trung Street - proprio antistante il nostro hotel, e subito mi dico che l’idea è stata buona, scatto quanto possibile e sorrido.

Dettagli prodotto

Tipo di chiusura:
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Stile:
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Colore:
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Materiale:
Pelle
Fantasia:
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Tipo di tacco:
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Misura delle scarpe:
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Quando un vietnamita mi guardava, pure a volte non proprio amichevolmente - magari sospettoso essendo l’unico raro occidentale in quella via, rispondevo con un sorriso e ho sempre ricevuto un sorriso in cambio; a me poi capita spesso di fare foto senza chiedere il permesso - brutto vizio, ma le persone si irrigidiscono se vedono un cannone puntato verso la loro faccia, cambiano atteggiamento, si preparano allo “shot”, al colpo - e di beccarmi qualche linguaccia nell’obbiettivo e iniziare a ridere anche a distanza di qualche metro con l’interessato.

In quella stessa strada c’è anche un mercato coperto, fateci un salto, ma quando siete svegli e pronti agli odori di carne e pesce crudi, sembra tutto fresco a dire il vero, ma l’odore è per uno stomaco forte. Non ho resistito a lungo.

Dopo Can Tho siamo giunti a Chau Doc, ultima città del Vietnam che toccheremo in questo viaggio, nostro porto per la Cambogia.

Ci arriviamo ancora una volta con il FUTA bus, questa volta con le classiche sedute. Visto che non ne ho ancora accennato, dedico qualche riga al clacson. Il clacson qui è un mezzo linguistico, un alfabeto stradale. Viene utilizzato in particolare dalle macchine o dai pullman che si rivolgono ai motorini, intimando loro di lasciare il passo. La frequenza con cui viene usato è elevatissima e per quanto io presuma sia effettivamente un salva vita, un intero viaggio in pullman con l’autista che strombazza che neanche Miles Devis nelle sue migliori performance... beh, non ve lo raccomando.

Sulla strada per Chau Doc si incontrano diversi “centri urbani”, baracche: case con muri in pietra, perlopiù, e tetti in lamiera; è la lamiera che me le fa definire baracche, come anche la mancanza di organizzazione architettonica degli spazi, la mancanza dell’ingresso e la commistione tra spazio del lavoro e spazio del riposo. La mia visione prettamente occidentale mi fa provare ribrezzo all’idea di non separare nettamente lavoro e casa, tenere l’uno ben lontano dall’altro. E così, passeggiando per Le Loi Street dopo le ore di cena, si possono vedere i mercanti riposare coi piedi su una sedia malconcia e occhi puntati su una vecchia tv con tubo catodico, davanti casa la bancarella che questa mattina era sede di lavoro ed ora i prodotti si ammassano sino a invadere, disgraziatamente, casa.

Non lasciatevi sfuggire, a Chau Doc, la possibilità di passare qualche ora al Chua Hang: un tempio buddista le cui sale si snodano in parte nella roccia del Nui Sam, con pagode affacciate sulle risaie (ora verdi) che si estendono sono al fiume e più in là, oltre l’altra sponda, la pianura vietnamita si perde nella foschia. 

La pace di questo posto non è descrivibile, il silenzio rotto solo dai canti di preghiera, dal luccicare di cento Buddha delle sale, si ritrova nelle immense sale centrali. Silenzio, rifugio dal traffico e dai clacson, ne avevo bisogno.

Dopo ancora qualche sorso di vita (Tiger beer per la precisione) sul delta della “Grande Madre” (il Mekong), la risalgo portando con me molte più domande di quelle che mi avevano accompagnato durante il viaggio in aereo per arrivare qui.

E se qualche giorno fa sull’autobus il nostro autista aprendo il finestrino per sputare fuori, mi faceva preoccupare perché ero seduto appena dietro di lui e un colpo di vento avrebbe potuto causare un ritorno di materiale biologico, oggi sono qui che saltello sulla panca, tra le larghe rive del Mekong, diretto verso Phnom Penh, ma la sensazione rimane uguale (non per i liquidi biologici).

In questa mattina, mentre saluto il Vietnam e passo il confine verso la Cambogia su questa barca, mi viene da pensare (e forse a questo punto la prossima volta meglio che vada al mare), che, forse, se potesse Ho Chi Minh scenderebbe dal piedistallo, quello con i led abbronzanti attorno dei palazzi di Ho Chi Minh square, per andarsene altrove...

...magari a Cuba; ah no, dicono che anche alla Baia dei Porci “the West world has won in the end”.

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